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Erasmus: studiando a Parigi

Erasmus, studiando a Parigi respirando la Vie en Rose

Erasmus a Parigi? C’è chi direbbe di sì, chi dopo esserci stato tornerebbe ancora nella capitale francese e chi preferisce realtà più piccole.


Se c’è un cliché che ho saputo sfatare nei mesi trascorsi a Parigi è quello di un popolo patriottico e poco disponibile ad aiutare “i vicini di casa”. Secondo almeno il 70% degli studenti che ogni anno la scelgono come destinazione per effettuare un periodo di studi in un paese straniero, la capitale francese ha l’aspetto di una città multietnica e accogliente. È questo l’esito del sondaggio che ho svolto online tra gli studenti che hanno preso parte al Progetto Erasmus tra il 2010 e il 2012. Raccontare la mia esperienza a Parigi digitando delle parole sulla tastiera di un computer non è cosa facile: mi affiderò al taccuino sul quale ho annotato le mie esperienze nei mesi vissuti lì.



Erasmus a Parigi

Era la primavera del 2014 quando decisi di iscrivermi al Bando Erasmus. Ero al secondo anno di università e, se me lo chiedete oggi, sapevo poche cose della vita reale. Vivevo in un mondo tutto mio, tutto rosa, fatto di sogni da realizzare.


Non sapevo cosa volessi fare da grande, ma sapevo esattamente cosa non volevo: rimanere a Roma, vivere a casa con i miei genitori. Volevo sentirmi grande, volevo imparare a farcela da sola.

Le mete tra le quali scegliere erano diverse: Barcellona, Dublino, Berlino, Malaga, Birghingam… Conoscevo già ognuna di queste città e, se il proprio obiettivo è “spiccare il volo”, ognuna di queste città offre mille opportunità. Cresciuta tra i romanzi di Proust, Sunskind e Hemingway, l’unica destinazione che saltò ai miei occhi fu Parigi. Sapevo che quella sarebbe stata la città del mio cuore: mi immaginavo ondeggiare lungo i meravigliosi ponti della Senna respirando la Vie en Rose come Audrey Hepburn nel film di Billy Wilder. E così, alle prime luci del 4 Ottobre 2013 ero sul primo volo Alitalia Roma-Parigi pronta per la rentrée à l’école dei parigini.


Inutile dirvi che partire non fu facile: ero felice, entusiasta, curiosa di prevedere i mesi seguenti della mia vita, ma un sottile velo di paura aleggiava tra i miei pensieri. E se non conosco nessuno? E se rimango da sola? E se non mi diverto?

Nei mesi precedenti alla partenza pensavo che per trovare un alloggio a Parigi bastasse effettuare qualche ricerca online e invece trascorrevo pomeriggi interi a pubblicare annunci su facebook, a cercare dei conquilini con i quali dividere le spese. Alla fine decisi di affidarmi ad un’agenzia italiana che aiuta gli studenti a trovare un alloggio nella capitale francese e a districarsi nelle pratiche burocratiche. Mi trovarono un petit “studio” di 20 mq2 nel 17° arrondissement, pochi metri a piedi da Place de Clichy e dal quartiere di Pigalle.


Il momento dell’atterraggio a Charles De Gaulle e l’arrivo in taxi nel mini-appartamento che sarebbe stata la mia casa, bastarono a spazzare via tutte le paure. In quel week-end, la capitale francese era in festa per la Nuit Blanche e ogni angolo della città festeggiava a modo proprio: Les jeux de lumière a Hotel de Ville, les feux d’artifice sur la Seine e les spectacles chantant a Montmartre.

Fu così che iniziai ad amare ogni angolo della città, scoprendone le mille sfumature, le caratteristiche tipiche di ogni quartiere. Una città per tutti, per ogni passione, per ogni moto dell’anima.


Iniziai da subito ad abituarmi allo stile di vita della Ville Lumière: a colazione un pain au chocolat morso passeggiando fino alla metro e poi giù di corsa per andare a scuola. Quando ti trasferisci a Parigi, per una romana come me, la prima esperienza che vale la pena di vivere è le métro: sempre puntuale, sempre pulito. Avevo scelto un istituto di comunicazione e stampa proprio sugli Champs Elysées.

Il percorso che facevo al mattino mi portava in metro fino al fondo del lungo Viale dell’Eliseo, a Place De la Concorde, e poi una lunga passeggiata mi conduceva fino all’arco di Trionfo, dove un piccolo edificio dell’800 ospitava le nostre lezioni.

La giornata era dura: con un’offerta formativa interessante, i corsi iniziavano al mattino e finivano nel tardo pomeriggio.


È proprio a scuola che ho riscoperto un po’ dei racconti snob sugli stereotipi francesi: ragazzi appena ventenni, figli di personaggi in vista della moda e della stampa francese. Luis Vuitton, Vogue, Kenzo… erano queste le parole che sentivo di più durante la giornata. Un gruppo di studenti simili ai personaggi di Gossip Girl sarebbero stati i miei compagni di scuola per un semestre ed io, così semplice, così con i piedi per terra mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua.

Bastò però l’imbarazzo del primo giorno, la mia timida voce esprimersi in un francese poco perfetto, dalle erre poco pronunciate e dalla grammatica a volte sbagliata ad incuriosire quel gruppetto di ragazzi e ragazze. C’erano altri ragazzi Erasmus nella scuola, ma io volevo diventare, seppur per pochi mesi, una piccola francesina e sentirmi a casa.

E così fu: dal mattino con i ragazzi all’accoglienza che ci informavano su tutte le attività offerte dalla scuola, gli sconti, le mostre, gli appuntamenti culturali e musicali, ai professori sempre attenti, comprensivi, a volte duri per metterci alla prova e farci raggiungere gli obiettivi prefissati dal corso, fino ad arrivare agli studenti tra i quali vi erano sicuramente dei piccoli snob in erba ma anche tanti ragazzi simpatici e pronti a farmi sentire sempre una di loro.

Uscita da scuola al tramonto, dopo la lezione quotidiana di francese, affacciarsi sugli Champs Elysées e scorgere il sole innalzarsi dietro l’ingresso del Jardin des Tuileries ripagava l’anima e il corpo di ogni stanchezza.

Poi passeggiare fino al fondo del lungo viale alberato che conduceva alla metro con il freddo invernale che sembrava volesse insinuarsi in ogni fessura del mio corpo. La metro era forse il luogo che mi piaceva di più: l’ho sempre definita come un luogo che nasconde meravigliose storie, un po’ come gli aeroporti… la mattina era bello osservare impiegati, avvocati, dottori, che si recavano al lavoro con la loro 24 ore sorseggiando un cappuccino comprato in una delle Boulangeries… e bambini che correvano a scuola perdendosi nei corridoi immensi della stazione di Saint-Lazare.

Di sera, invece, l’atmosfera era diversa: era bello osservare le facce stanche, persone assorte nella lettura di un libro, il silenzio, la calma, i volti che si fermavo per pochi istanti nell’attesa di fare programmi per la serata. E poi subito a casa, il mio piccolo nido dal portone blu, in cui ho trascorso quello che oggi definisco il periodo più bello della mia vita. Il luogo, la città, in cui mi sono sentita grande per la prima volta… quel luogo nel quale sono arrivata piena di paura mista ad entusiasmo e dal quale me ne sono andata come nei film, piangendo, mentre il portone blu si chiudeva alle mie spalle e un taxi mi aspettava per portarmi all’aeroporto.



Article issu du site Italiani que nous vous invitons à consutler.

https://www.italiani.it/erasmus-a-parigi/

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